Ilcorsaronero. Rivista salgariana di letteratura popolare, copertina numero 30

Per citare questo saggio:

Andrea Tenca, Lotte spaventose e “gridi” di mammut. Il romanzo paleontologico tra Otto e Novecento, in «Ilcorsaronero. Rivista salgariana di letteratura popolare», n. 30 (dicembre 2020), pp. 27-35, online https://www.premiosalgari.eu/?p=1994

Lotte spaventose e “gridi” di mammut. Il romanzo paleontologico tra Otto e Novecento di Andrea Tenca

“Peste! Valeva davvero la pena di scendere fin qui
per ammirare le misteriose terre dell’abisso!”
Kit Willer in Il segno del serpente

All’interno de Alla ricerca del Tempo perduto di Marcel Proust ricorrono molto spesso i riferimenti a teorie e innovazioni tecnico-scientifiche di fine Ottocento e inizio Novecento. L’automobile, il treno, l’aeroplano, il telegrafo e il telefono sono frequentissimi oggetti di osservazione da parte del narratore1, ma non mancano all’appello i raggi X, le geometrie non euclidee, la biologia darwiniana e l’interesse botanico, specialmente per le orchidee, e molti altri riferimenti all’elettricità, alla medicina, alla parapsicologia, alla psicanalisi. A questi riferimenti diretti si possono affiancare poi alcune considerazioni che alludono ancora a elementi scientifici, presentandoli tuttavia in maniera meno evidente e in modo tale da suggerire al lettore e ancor più allo storico della scienza quanto tali elementi, sebbene non più percepiti come eclatanti novità, fossero ancora culturalmente produttivi. In particolare, si incontrano due passi che sono sorprendentemente eloquenti del percorso culturale delle scienze geo-paleontologiche ottocentesche. Ne La parte di Guermantes troviamo il primo riferimento, che allude con maligna ironia a quel genere di figure femminili che avevano avuto tanto successo sia nei romanzi, sia nei salotti di fine secolo, le cocottes:

La cattiva condotta di quelle solenni signore che se ne stavano tutte impalate sulle loro sedie assumeva, nella bocca dei miei informatori, proporzioni inimmaginabili, adeguate alla grandiosità delle ere preistoriche, all’epoca dei mammut2.

Il secondo estratto, che leggiamo ne Il Tempo ritrovato, suona alquanto straniante, immerso com’è nel vertiginoso climax che Proust sta magistralmente intessendo per riuscire a esprimere la capacità della letteratura di ritrovare il Tempo perduto, di conservare il passato e di immergerci negli intermittenti momenti in cui lo scorrere del tempo non ha effetto:

La sola cosa un po’ triste, in quella camera di Eulalie, era che di sera, a causa della vicinanza del viadotto, vi si sentivano gli ululati dei treni. Ma poiché sapevo che a emettere quei gridi erano macchine governate, essi non mi spaventavano come avrebbero potuto fare, in un’età della preistoria, quelli lanciati da un mammut che passeggiasse libero e incontrollato nei dintorni3.

Oltre al fascino per epoche misteriose, riemergenti da un passato la cui antichità non poteva neppur venir supposta prima dell’Ottocento, in questi estratti è subito evidente una caratteristica peculiare attribuita a quei tempi remoti: la grandiosità e la spaventosa diversità. Come si è giunti a queste immagini?

Nei primi decenni del diciannovesimo secolo la geologia, come disciplina nascente e in cerca di legittimazione, era scossa da battaglie metodologiche e teoriche molto intense4. Gli schieramenti continuavano a polarizzarsi intorno a posizioni nettamente opposte: una volta erano i catastrofisti contro gli uniformisti, la volta dopo entravano in gioco i trasformisti, altre volte ancora era il turno della polemica tra diluvialisti e fluvialisti. Tutti cercavano le ragioni per spiegare fenomeni geologici quali la formazione delle valli a U oppure dei massi erratici, oppure il ritrovamento di reperti fossili marini in cima a catene montuose; e tutto ciò in un’epoca in cui l’ipotesi delle glaciazioni non era ancora stata messa a punto e la tettonica a placche non era neppure lontanamente in vista. Solo negli anni Trenta e Quaranta si trovò la soluzione a qualcuna di queste dispute e, così, si cominciò a costruire l’edificio teorico di quello che sarebbe stato il paradigma destinato a uscire vittorioso. Charles Lyell, con i suoi Principles of Geology (1830-1833), era divenuto il punto di riferimento per l’intera comunità e la disciplina si era assestata su statuti metodologici abbastanza definiti. In particolare, questi possono essere così riassunti: la totale preminenza, del lavoro sul campo sulla speculazione teorica; la notevole età del nostro pianeta; il fatto che la Terra avesse una storia (Geohistory); che tale storia fosse misurabile tramite la stratigrafia e che gli eventi del passato geologico fossero confrontabili con gli agenti tuttora in azione (principio delle actual causes); infine, il fatto che quello dei fossili-guida fosse il metodo più affidabile per confrontare strati geologici e fornire datazioni relative per poi abbozzare datazioni assolute.

Proprio riguardo a quest’ultimo punto, va sottolineato che i primi decenni dell’Ottocento conobbero un successo strepitoso della corsa ai fossili. Gentiluomini in redingote, iscritti alle nascenti società geologiche, battevano le coste inglesi pagando profumatamente i cercatori locali e collezionavano e classificavano tutto quanto riuscivano a ottenere. Non stupisce che presto si potessero ammirare ed esporre reperti fossili straordinari, che gettavano una luce affascinante, anche se vagamente sinistra, su di un mondo passato percorso da rettili giganteschi. Nel 1842 venne coniato il termine “dinosauro”, ma già da diversi anni si leggeva e si parlava di iguanodonti, plesiosauri e ittiosauri. Proprio queste tre famiglie di dinosauri conobbero da lì in poi un successo culturale che valicò i confini disciplinari della paleontologia.

Va innanzitutto spesa una parola sulla categoria dei dinosauri in generale. Lo stesso nome che fu loro assegnato (dal gr. δεινός “mostruoso” e σαῦρος “lucertola”) denunciò fin da subito l’appartenenza a un passato violento ed esagerato, che da un punto di vista scientifico afferiva alla teoria della Terra in raffreddamento (theory of cooling Earth) e che quindi, a rigore, era in apparente contraddizione con il paradigma delle actual causes, uscito vincitore nella polemica scientifica di quegli anni. La teoria della Terra in raffreddamento tuttavia sopravvisse, soprattutto in territori non ufficiali, e anzi conservò una presa e un fascino estremamente romantico e magniloquente. Il pittore John Martin, famoso per le sue sublimi rappresentazioni di Pompei travolta dall’eruzione del Vesuvio o del Pandemonio miltoniano, avrebbe dipinto anche Il paese dell’iguanodonte5. Insieme a questo riferimento artistico ne va fatto un altro. Quando nel 1830 si dovette scegliere un’incisione che accompagnasse una raccolta di fondi a favore di Mary Anning6, prodigiosa ma povera cercatrice di fossili, Henry de la Beche, uno tra i maggiori geologi del tempo, nonché autore di numerose e divertenti vignette a tema scientifico, preparò un acquarello (poi inciso) intitolato Duria Antiquior (Fig. 1). Il soggetto di questa vignetta, ambientata nella contea del Dorset di innumerevoli secoli addietro, era una tremenda lotta tra un plesiosauro e un ittiosauro.

Henry De la Beche, Duria Antiquior, or A more ancient Dorset, acquarello, 1830. National Museum Wales, Cardiff (LINK)

Il successo di questa iconografia nei decenni a seguire fu incredibile, ma prima di occuparci di questo, soffermiamoci sul terzo dinosauro citato poc’anzi: l’iguanodonte. Nel 1851 Londra e il mondo intero assistettero a un evento eccezionale che segnò l’inizio di un’epoca e di un nuovo stile di vita, il sorgere di gusti artistici e di inedite produzioni industriali, l’allargamento su scala globale del commercio e, infine, l’affermazione definitiva per una passione espositiva e musealizzante degli oggetti e delle collezioni. Nella rivoluzionaria architettura del Crystal Palace si tenne la prima Esposizione Universale. Di lì a pochi anni, nel 1854, il simbolo di questo momento storico irripetibile, il Crystal Palace appunto, fu smontato e trasferito a Sydenham Park. Al suo interno vennero inizialmente ospitati i favolosi reperti che un archeologo, August Henry Layard, stava scoprendo in Mesopotamia, portando alla luce da sotto la collina di Nimrud il passato misterioso di antiche civiltà perdute; all’esterno, invece, il parco venne decorato con numerose rappresentazioni scultoree di dinosauri messe a punto da Benjamin Waterhouse Hawkins. Il fatto che il simbolo del successo economico britannico nel mondo, dell’appropriazione simbolica degli spazi, dell’evoluzione industriale e tecnologica fosse circondato da riproduzioni di creature anti-diluviane pare nascondere, neppure troppo velatamente, la speranza che la scienza europea fosse in grado di addomesticare e dominare ogni aspetto della Natura, anche di quella di epoche geologiche enormemente distanti e perciò inquietanti. Concedendoci un grande salto in avanti, un’illustrazione de La Domenica del Corriere, datata 20 novembre 1955 e realizzata da Walter Molino, ci conduce proprio nelle atmosfere del Sydenham Park, all’ombra di un grande iguanodonte, e ci racconta del duraturo successo di questo immaginario (Fig. 2)7.

Tavola di Walter Molino da La Domenica del Corriere, A. 57, n. 47 (20 novembre 1955)

Sorvegliati da un simile custode e tenendo a mente quanto anticipato, torniamo alle dispute scientifiche ottocentesche. Il fondamentale passo successivo fu quello di spostare l’interesse dall’antichità dei fossili all’antichità dell’essere umano, tutta ancora da valutare e misurare. La strada era già stata spianata tramite la radicale messa in discussione dei tempi biblici, dal momento che pochi pensavano ancora di poter limitare la storia della vita sulla Terra ai 6.000 anni delle Sacre Scritture; inoltre, l’enorme antichità di creature e strati geologici del passato emerso dal sottosuolo rendeva, per converso, particolarmente piccole e insignificanti le vicende umane. Gli enormi spazi che si distendevano prima delle civiltà umane suscitavano spaventevoli immagini di eoni dimenticati e di civiltà scomparse. Negli stessi anni, anche l’archeologia, come si è già suggerito, portava alla luce reperti di età favolosamente antiche: Jean-François Champollion, Heinrich Schliemann, Émile Botta, August Henry Layard, George Smith e tanti altri affondavano il piccone in un passato di imperi caduti e persino dimenticati.

Mentre tutte queste correnti culturali si mescevano nel calderone delle scienze in trasformazione, vi fu qualcuno che versò sul composto la proverbiale goccia che lo fa esplodere: la teoria della selezione naturale elaborata da Charles Darwin e messa per iscritto ne La origine delle specie (1859) fece convergere tutte le attenzioni non solo sulla dilatazione dei tempi necessari alla selezione in sé, ma soprattutto sull’essere umano come possibile oggetto di tale selezione.

Come spesso accade, questo interesse culturale coincise con il ritrovamento dei reperti utili a confermare la proposta scientifica, i famosi proved facts cui la scienza vittoriana anelava come i cavalieri della tavola rotonda al Sacro Graal. Non si trattò probabilmente di vera coincidenza, ma piuttosto – come spesso avviene nella ricerca scientifica – dell’affermazione giusta al momento giusto: in realtà non si aspettava altro, quella era la notizia che, una volta giunta, sarebbe riverberata ovunque. Lo storico A. Bowdoin van Riper nel suo libro Men Among Mammoths (1993) ripercorre tutti i passi della disputa intorno all’antichità dell’essere umano, esplosa nel 1859 con il ritrovamento di resti umani nel medesimo contesto di animali, che fino ad allora si erano considerati, oltre che estinti, ben lontani dalla possibile convivenza cronologica con la nostra specie8. Il modello stratigrafico dei fossili-guida aveva oramai un valore paradigmatico indiscutibile e la feroce disputa accademica che seguì non poté che inchinarvisi per accettare infine l’antichità dell’essere umano, un’antichità che mandava definitivamente in frantumi qualsiasi cronologia biblica. A favore di questa posizione, nell’arena scientifica erano scese due autorità inscalfibili: i libri Geological Evidences of the Antiquity of Man (1863) di Charles Lyell ed Evidence as to Man’s Place in Nature (1863) di Thomas Henry Huxley. Charles Darwin pubblicando nel 1871 L’Origine dell’uomo mise un punto fermo a una discussione che in realtà nel 1865 era già stata chiusa in ambito scientifico.

Nel 1864, in mezzo a questa polemica tutta scientifica e con tempismo perfetto, uscì Viaggio al centro della Terra di Jules Verne, riedito nel 1867 con le incisioni di Édouard Riou. Il viaggio del professor Otto Lidenbrock nel sottosuolo, l’enumerazione degli strati incontrati sulla via, il pauroso scontro tra un plesiosauro e un ittiosauro nel grande mare sotterraneo, la scoperta di un gigantesco pastore anti-diluviano, dovrebbero essere tutti motivi ora facilmente inquadrabili nel loro contesto storico-culturale. Quello che più qui interessa sottolineare è l’incisione realizzata da Riou per lo scontro tra i due dinosauri marini e, di conseguenza, la definitiva affermazione dell’immagine di un passato geologico genericamente violento, brutale, spaventoso, in generale posto al di là delle competenze della fiorente e cavalcante scienza positivista (Fig. 3). Come si preannunciava parlando della vignetta di De la Beche, il successo di questo particolare duello paleontologico fu diffuso e duraturo. Lo ritroviamo, praticamente tale e quale, in testi distanti e che rappresentano epoche diverse. Innanzitutto, nel capitolo VIII, intitolato La palude degli idrosauri, del racconto Il fascino dell’ignoto di Anton Ettore Zuliani, pubblicato su Il Giornale di viaggi e avventure di terra e di mare nel 19059. È il caso di segnalare anche che, nel capitolo successivo, Da Scilla a Cariddi, il manipolo di eroi, sbarcato sul tropicale e paleontologico pianeta Venere, incappa in un iguanodonte. Come avverrà sempre più spesso, la paura di fronte all’incalcolabile alterità di questo passato e dei suoi abitanti e, di conseguenza, la necessità culturale di arginarla si manifestano nella più drastica delle maniere:

Quattro detonazioni rimbombarono quasi ad un tempo; poi altre quattro; e quattro una terza volta, destando gli echi sopiti della montagna. Una folata di vento disperse le bianche nuvole di fumo prodottesi e agli occhi degli arditi esploratori l’iguanodonte apparve rovesciato su di un fianco, immerso in una pozza di sangue10.

Édouard Riou, incisione da Jules Verne, Voyage au centre de la Terre, Paris, 1867 (2a ed.) (LINK)

L’esito dell’incontro non sarà molto diverso circa settant’anni dopo, all’interno di una storia di Tex Willer, un eroe che per successo di lettori può facilmente essere affiancato, pur con le dovute accortezze, ai personaggi di Jules Verne. In Il segno del serpente, contenuto nella raccolta Il mio nome è Tex (1975) assieme a La valle della paura, i tre protagonisti – Tex, suo figlio Kit e il nativo americano Tiger Jack – penetrano in una vasta cavità sotterranea popolata da dinosauri di vario tipo e da una tribù di esseri umani preistorici. Durante la loro permanenza in questo mondo perduto, i tre hanno modo di prendere a fucilate sei dinosauri vagamente somiglianti a degli iguanodonti, di assistere a una lotta acquatica tra quelli che si possono definire un ittiosauro e un plesiosauro (cui prendono pure parte, sempre a fucilate; Fig. 4), di sbaragliare la tribù preistorica che abita quei luoghi, di trovare delle rovine che, stando a Kit, «ricordano un po’ gli antichi templi aztechi» e infine di sfuggire a un devastante terremoto sotterraneo. Tutti elementi che, nel pieno degli anni Settanta del Novecento, non fanno altro che rimarcare i tratti tipici della theory of cooling Earth: carattere imprecisamente tropicale del passato paleontologico, generale violenza che lo contraddistingue, alone di catastrofismo sopra ogni cosa. Giova ricordare che la prima ipotesi dell’estinzione per impatto da meteorite, proposta dal geologo Walter Alvarez e suo padre, il fisico Luis Walter Alvarez, data proprio alla fine di quel decennio.

Tavola da Le terre dell’Abisso, soggetto e sceneggiatura di Gianluigi Bonelli, disegni di Aurelio Galeppini, «Tex», n. 47 (sett. 1964)

Questi episodi, forse non particolarmente significativi dal punto di vista della qualità narrativa, fanno capo inoltre a quella tradizione letteraria che annovera tra gli altri numerosi racconti e romanzi di successo come The Lost World (1912) di Arthur Conan Doyle oppure come Before Adam (1907), The Strength of the Strong (1912), When the World was young (1913) e The First Poet (1916) di Jack London11. Allargando la selezione a quei testi in cui l’avventura sotterranea e specialmente la spedizione geologica funge da fulcro della narrazione, l’elenco potrebbe allungarsi a dismisura, venendo a includere tra gli altri Laura. Viaggio dentro al cristallo (1864) di George Sand, Duemila leghe sotto l’America (1888) di Emilio Salgari o ancora il racconto The Beast in the Cave (1918, ma scritto tra 1904 e 1905) e il romanzo At the Mountains of Madness (1936) di Howard Phillips Lovecraft.

In questi casi vediamo confermata quella sensazione che le citazioni di Marcel Proust ci avevano inizialmente suggerito. La geo-paleontologia ottocentesca aveva preparato il terreno non solo a una rivoluzione disciplinare paradigmatica, che sarebbe stata alla base tra le altre cose della frantumazione della cronologia biblica e degli interessi di Darwin in biologia, ma in particolare alla costruzione che abbiamo visto dell’immaginario del passato paleontologico. Da questo immaginario la storia culturale della scienza e l’ecologia letteraria possono riconoscere un doppio aspetto nelle narrazioni, specialmente divulgative, della Natura12: da una parte la Natura come dominio dell’essere umano e, ancor più, della scienza e della tecnologia; dall’altra, al contrario, come inaccessibile e sotterraneo ricettacolo di un passato spaventoso, colmo di lotte spaventose e di ululati di mammut.


Note

1 • Stephen Kern, Il tempo e lo spazio. La percezione del mondo tra Otto e Novecento, Bologna, Il Mulino, 1988. In questo saggio Kern ha adoperato spesso l’opera proustiana come fonte per il suo studio sulla percezione di spazio e tempo tra Otto e Novecento. Contrazioni spaziali e soprattutto temporali fanno subito venire alla mente Herbert George Wells ed è una piacevole scoperta trovare proprio il nome di quest’ultimo ne La parte di Guermantes, uno dei romanzi che compongono l’enorme affresco proustiano (Marcel Proust, Alla ricerca del Tempo perduto, vol. II, Milano, Mondadori, 1986-1993, p. Si veda soprattutto la nota di commento al passo: ivi, p. 1012).

2 • Proust, Alla ricerca del Tempo perduto, cit., vol. II, p. 230.

3 • Proust, Alla ricerca del Tempo perduto, cit., vol. IV, p. 560.

4 • Per quanto concerne la prospettiva storica, si rimanda ai due fondamentali volumi di Martin John Spencer Rudwick Worlds before Adam. The reconstruction of Geohistory in the Age of Reform, Chicago-Londra, University of Chicago Press 2008 e Earth’s Deep History. How It Was Discovered and Why It Matters, Chicago-Londra, University of Chicago Press 2014. Si segnala qui anche Ruth Barton, Men of Science. Language, Identity and Professionalization in the Mid-Victorian Scientific Community, “History of Science”, 41 (2003), 73-119, per contestualizzare il nostro discorso nel delicato tema della professionalizzazione delle discipline scientifiche e dell’identità di chi le praticava: dilettanti o professionisti; economicamente indipendenti oppure alla ricerca di un reddito; filosofi naturali, uomini di scienza oppure scienziati (termine di conio piuttosto tardivo e non universalmente apprezzato).

5 • Martin John Spencer Rudwick, Scenes From Deep Time. Early Pictorial Representations of the Prehistoric World, Chicago-Londra, University of Chicago Press, 1992. Si tratta di un ricchissimo repertorio di rappresentazioni ottocentesche dei mondi preistorici.

6 • Christopher McGowan, The Dragon Seekers: How an Extraordinary Circle of Fossilists Discovered the Dinosaurs and Paved the Way for Darwin, Cambridge (Ma), Cambridge University Press, 2001. Questo saggio propone una storia della geologia e della paleontologia di primo Ottocento prendendo come punto di riferimento proprio la figura di Mary Anning.

7 • Per approfondire le vicende legate alle statue componibili del Sydenham Park si veda Darren Naish, The Dinosaurs of Crystal Palace: Among the Most Accurate Renditions of Prehistoric Life Ever Made,“Scientific American”, 25 agosto 2016.

8 • A. Bowdoin Van Riper, Men among the Mammoths: Victorian Science and the Discovery of Human Prehistory, Chicago-Londra, University of Chicago Press, 1993.

9 • Il racconto si legge ora in Le aeronavi dei Savoia. Protofantascienza italiana (1891-1952), a cura di Gianfranco De Turris, con la collaborazione di Claudio Gallo, Milano, Editrice Nord, 2001, pp. 3-49.

10 • Le aeronavi dei Savoia, a cura di De Turris e Gallo, p. 31.

11 • Gianni Pilo, Sebastiano Fusco, Di dinosauri, di preistoria, di “mondi perduti”, e di altre cose…, introduzione a Arthur C. Doyle, Il mondo perduto: la valle dei dinosauri, a cura di Pilo e Fusco, Roma, Newton Compton, 1993, 7-11. Sono proprio Gianni Pilo e Sebastiano Fusco, a quanto mi risulta, a proporre per primi la categoria del romanzo paleontologico.

12 • In anni recenti si è fatta avanti una corrente di critica letteraria in prospettiva ecologica che ha assunto diversi nomi, come Ecocriticism ed ecologia letteraria. L’approccio è particolarmente efficace e rilevante per il tema in analisi. Si rimanda, in generale, a Niccolò Scaffai, Letteratura e ecologia. Forme e temi di una relazione narrativa, Roma, Carocci, 2017.


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